Due scuole di pensiero
La supplementazione di ferro in gravidanza è raccomandata quasi ovunque, ma le strategie differiscono su un punto decisivo: a chi darlo.
L’approccio universale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda una supplementazione quotidiana di routine con 30–60 mg di ferro elementare insieme a 400 µg di acido folico per tutta la gravidanza, allo scopo di ridurre il rischio di anemia materna, sepsi puerperale, basso peso alla nascita e parto pretermine. Sulla stessa linea la FIGO, la federazione internazionale di ginecologia e ostetricia, che sostiene la supplementazione universale con un minimo di 30 mg al giorno a scopo profilattico.
L’approccio mirato. Alcuni paesi ad alto reddito preferiscono cercare prima. Le linee guida della British Society for Haematology raccomandano lo screening ematologico in gravidanza e la supplementazione solo nelle donne con ferritina bassa o anemia, anziché la profilassi per tutte. L’ACOG statunitense raccomanda lo screening dell’anemia alla prima visita prenatale e di nuovo a 24–28 settimane di gestazione.
Perché la differenza non è un dettaglio
La divergenza si spiega con il contesto. Dove la carenza di ferro è diffusa nella popolazione, dare il ferro a tutte è efficiente: la probabilità che serva è alta e lo screening costerebbe più del trattamento. Dove invece la maggior parte delle donne arriva alla gravidanza con riserve adeguate, la profilassi indiscriminata espone al ferro anche chi non ne ha bisogno.
E il ferro dato a chi non serve non è neutro. È il tema del settimo articolo della serie, Anche troppo ferro fa male, ma vale anticiparlo: la relazione tra stato marziale ed esiti della gravidanza ha un andamento a U, con rischi sia per difetto sia per eccesso.
La conclusione degli autori è esplicita: i programmi universali restano appropriati nelle popolazioni carenti, mentre nei contesti ad alto reddito i dati emergenti sostengono sempre più un approccio basato sullo screening, che ottimizza la dose riducendo il potenziale danno.
Quando la carenza c’è: dosi terapeutiche
Un conto è la profilassi, un altro il trattamento. Quando la carenza o l’anemia sideropenica sono documentate, il ferro per bocca resta la terapia di prima linea nella maggior parte delle linee guida internazionali, per efficacia, basso costo e profilo di sicurezza favorevole. Le dosi terapeutiche vanno tipicamente da 60 a 200 mg di ferro elementare al giorno, a seconda della gravità dell’anemia e della tolleranza individuale.
Sono numeri che descrivono la pratica clinica internazionale, non un’indicazione da applicare: la scelta della dose è parte della prescrizione.
Che cosa si controlla, e quando
Il monitoraggio raccomandato durante l’assistenza prenatale riguarda emoglobina e ferritina, alla prima visita e successivamente secondo necessità. È l’unico modo per sapere in quale delle due situazioni ci si trova: quella in cui il ferro serve, e quella in cui non serve.
Una precisazione necessaria per chi legge dall’Italia
Le raccomandazioni citate sono internazionali — OMS, FIGO, ACOG, CDC, BSH. Non sostituiscono le indicazioni del percorso nascita italiano, che possono differire e che restano quelle di riferimento per chi segue la gravidanza nel nostro Paese. Le riportiamo perché mostrano su che cosa il dibattito scientifico si è diviso, non come regola da seguire.
Nessuna supplementazione di ferro va iniziata, modificata o sospesa in gravidanza sulla base di quanto si legge qui. La decisione spetta a chi segue la gravidanza.
Fonti
Questa pagina è redatta a partire dal documento seguente.
- Bedran M, Manceau H, Ollivier H, Deleschaux C, Beaufrère A, Ben M’Barek I, Peoc’h K. Pregnancy and iron: bridging metabolic demands and supplementation needs. Clinical Nutrition ESPEN. 2026;75:103390. doi:10.1016/j.clnesp.2026.103390 — articolo ad accesso aperto, licenza CC BY 4.0. Consultato il 6 settembre 2026.